Milano, 11 Settembre 2026 – Per oltre un secolo il cinema ha affinato una grammatica condivisa. Inquadrature, montaggio e campi hanno insegnato agli autori come guidare lo sguardo del pubblico e agli spettatori come interpretare una storia. Oggi, però, quella grammatica non è più l’unica possibile.

Queste le tematiche affrontate da diversi esponenti del mondo accademico e esperti Canon, all’interno del panel Created Different: An Immersive Future presso la Venice Immersive Island in occasione della 83ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

L’evoluzione delle esperienze immersive, dalla realtà virtuale alle produzioni XR, non rappresenta semplicemente l’arrivo di nuovi strumenti tecnologici. Testimonia soprattutto la nascita di nuove forme di racconto, nelle quali il pubblico smette di occupare una posizione passiva e diventa parte integrante dell’esperienza narrativa. Questo cambiamento impone una riflessione più ampia sul futuro dell’audiovisivo e sulle competenze necessarie per costruirlo.

Dallo storytelling al world building

Se il cinema tradizionale consiste nel dirigere l’attenzione dello spettatore, il cinema immersivo richiede qualcosa di diverso: progettare uno spazio narrativo all’interno del quale il pubblico possa muoversi, osservare e costruire il proprio percorso di fruizione.

Non si tratta più soltanto di scrivere una storia lineare, ma di creare un mondo.

In questo contesto, il lavoro del regista cambia profondamente. L’inquadratura perde parte della sua centralità per lasciare spazio alla progettazione dell’esperienza. La domanda non è più “cosa vede lo spettatore?”, ma “come vive lo spettatore ciò che sta accadendo?”.

È una trasformazione che avvicina il cinema ad altri ambiti creativi, dal gaming all’interaction design, e che richiede l’emergere di professionalità ibride capaci di combinare sensibilità autoriale, competenze tecnologiche e comprensione dei comportamenti umani.

L’immersività non è una scorciatoia per l’empatia

La realtà virtuale è stata definita anche come «the ultimate empathy machine»1. L’idea era semplice: mettere una persona dentro una situazione per generare automaticamente comprensione, partecipazione emotiva e persino cambiamento comportamentale.

La realtà però si è rivelata più complessa.

Le esperienze immersive possiedono certamente una capacità unica di generare senso di presenza. Ma è dall’unione di tecnologia, qualità del racconto, costruzione dell’esperienza e relazione tra forma e contenuto che si stimolano empatia, consapevolezza e coinvolgimento.

Questo aspetto emerge con particolare evidenza nei progetti che affrontano temi sociali, ambientali o culturali, dove il senso di presenza produce una risposta emotiva reale e potente. L’immersività diventa realmente significativa quando non viene utilizzata come effetto spettacolare, ma come strumento per favorire una comprensione più profonda della realtà.

In altre parole, il valore della tecnologia risiede nello scopo che è chiamata a servire. Una visione che trova riscontro nella filosofia Kyosei di Canon, fondata sull’idea di vivere e lavorare insieme per il bene comune e che si traduce in progetti tecnologici orientati a generare valore culturale, sociale e ambientale. Ne è un esempio il progetto Canon World Unseen – Coral Restoration, un’iniziativa volta a mettere le tecnologie di imaging al servizio della scienza per il ripristino delle barriere coralline. L’iniziativa, che vede protagoniste le immagini come risorse di documentazione e raccolta dati per la ricerca, viene anche raccontata attraverso video VR che consentono di immergersi nelle profondità degli oceani e sensibilizzare il pubblico sui drammatici effetti ambientali dello sbiancamento dei fondali.

Innovazione significa rendere invisibile la tecnologia

Spesso si pensa che l’innovazione coincida con l’aumento della complessità. In realtà la maturità tecnologica è misurata dalla semplicità di utilizzo di uno strumento, che deve diventare manifestazione delle potenzialità espressive degli autori. È con questa visione che Canon opera al servizio dei professionisti dell’immagine.

Il terreno di gioco, per questi ultimi, non dovrebbe consistere nel gestire workflow sempre più articolati, bensì nel valore della storia e del messaggio da comunicare.

Per questo motivo, una delle dimensioni più interessanti dell’attuale evoluzione immersiva riguarda la democratizzazione degli strumenti di produzione. L’obiettivo di Canon in questo contesto è trasportare la semplicità del video tradizionale nel workflow VR, attraverso un ecosistema integrato di camere, ottiche, software e servizi professionali. Soluzioni pensate per abbassare le barriere all’ingresso e consentire a una platea sempre più ampia di autori, studenti e professionisti di sperimentare nuovi linguaggi. Ne è un esempio l’ecosistema di ottiche immersive Canon, progettate per essere compatibili con piattaforme diverse, dalle fotocamere ibride alle videocamere della gamma Cinema EOS come C50, C80 e C400. Accanto RF 5.2mm F2.8L Dual Fisheye per il formato Full Frame, Canon ha ampliato la propria offerta con soluzioni dedicate anche al sensore APS-C, come RF-S 3.9mm F3.5 STM Dual Fisheye e RF-S 7.8mm F4 STM Dual Lens. Un approccio che consente di adottare workflow scalabili, a seconda delle differenti esigenze creative e produttive. In questo senso la tecnologia diventa fattore abilitante che rende il cinema immersivo più accessibile, favorendo la sperimentazione e l’adozione di nuovi linguaggi narrativi anche al di fuori delle grandi produzioni.

L’università come laboratorio del futuro

Esiste poi un elemento meno evidente, ma altrettanto rilevante: la formazione.

Il settore immersivo continua a essere caratterizzato da un forte livello di sperimentazione. Non esistono ancora standard consolidati, modelli produttivi universalmente riconosciuti o mercati pienamente maturi.

In un contesto simile, università, scuole e centri di ricerca svolgono un ruolo strategico. Diventano laboratori in cui è possibile sperimentare, sbagliare, testare linguaggi e sviluppare competenze senza la pressione immediata del mercato.

La collaborazione tra accademia, industria e professionisti non rappresenta quindi un valore accessorio, ma una condizione necessaria per accelerare l’innovazione. Per questo motivo Canon collabora con realtà accademiche come il Politecnico di Torino attraverso il Visionary Media Lab e l’Università IULM, per creare progetti di Open Innovation in cui i pensatori liberi possano sperimentare con la tecnologia oltre gli schemi conosciuti.

Il futuro dell’audiovisivo sarà probabilmente caratterizzato dalla coesistenza di molte grammatiche diverse: cinema tradizionale, contenuti verticali, esperienze immersive, formati interattivi e nuove forme ancora da immaginare. È nei luoghi in cui si incontrano ricerca, tecnologia e creatività che nascono le competenze richieste dalle professioni di domani.

La bellezza di domani richiede di creare oggi le condizioni affinché autori, ricercatori, aziende e istituzioni possano continuare a sperimentare, collaborare e inventare modi sempre nuovi di raccontare il mondo.

Perché l’innovazione produce valore quando la tecnologia smette di essere protagonista per diventare ciò che dovrebbe sempre essere: un abilitatore di libertà creativa.